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sabato 9 febbraio 2008

IN MEMORIA DI PHILIPPE ARIES, UN IRREGOLARE DELLA "NOUVELLE HISTOIRE"

Intervista di Serge Cosseron e Bruno Somalvico realizzata a Parigi nel marzo 1981 presso la casa editrice Seuil

Rimasto a lungo sconosciuto, e solamente a partire dalla prima metà degli anni Settanta promosso nelle alte sfere della cultura francese, franco tiratore della ricerca storica, Philippe Ariès spentosi l'8 febbraio 1984, rimane per molti versi un enigma per i molti eruditi. e lettori che hanno potuto assaporare il valore delle sue opere. Quest'uomo dalla bassa statura,ma dai tratti estremamente fini e dall'eloquenza forbita rimane un enigma ma nello stesso tempo un rivelatore e testimone delle grandi trasformazioni che ha conosciuto il mondo intellettuale francese da vent'anni a questa Parte. Con Philippe Ariès abbiamo a che fare con un enigma in quanto ci troviamo di fronte ad un uomo di destra, formatosi in un ambiente ultra conservatore, ma che partecipa ad una vera e propria rivoluzione della storia intesa come disciplina scientifica;con un rivelato e testimone del proprio tempo poiché siamo di fronte ad un pensiero, ad una riflessione, venuta da lontano, maturatasi nella solitudine più stretta,che riesce incline a raggiungere ad abbracciare un vasto movimento di critica dei valori di una società materialista che, in nome del progresso, sacrifica i propri individui e i sentimenti più intimi, le sociabilità. Nato nel luglio del 1914, pochi giorni prima che un'apocalisse durata quattro anni travolge se milioni e milioni di vite umane dando il colpo di grazia ad un mondo e annunciandone uno nuovo nello stesso tempo moderno e inquietante, Philippe Ariès ha trascorso tutta la sua infanzia negli anni venti in una famiglia ultra conservatrice e nazionalista Una famiglia dalle radici geografiche molteplici, proveniente in parte dalle Antille in parte dalla regione di Bordeaux, che professava una fede monarchica tradizionalista civettando con l'Action Française di Charles Maurras; una cultura familiare che mescolava un sentimento fortemente antirepubblicano e antilaico, con :un integralismo religioso assolutamente impermeabile alle riforme e agli aggiornamenti della Chiesa in materia sociale. Profondamente marcato dall'esempio paterno, il giovane Ariès si dirige subito, in maniera quasi del tutto spontanea, verso le organizzazioni giovanili neo monarchiche. Un tale rigorismo dottrinario non impedisce però, ad una natura che aspira fondamentalmente ad un'indipendenza di giudizio, di proseguire i propri studi e frequentare un'istituzione fortemente repubblicana come la Sorbona. Il mancato conseguimento dell'Agrégation lo sottrarrà tuttavia alla carriera accademica, costringendolo ad incontrare la storia solamente durante il tempo libero. Ricorda Ariès nella sua autobiografia, Un historien du dimanche
Entrai in uno di quegli istituti di ricerca che furono creati all'epoca del governo di Vichy, da una équipe di uomini d'affare molto intelligenti.,che avevano costruito delle piantagioni in Estremo Oriente; l'Istituto Francese di ricerche fruttifere d'Oltre Mare. Molto impressionati dai celebri istituti inglesi, olandesi, dedicati allo sviluppo di prodotti come il tè, la gomma, la palma ad olio, costoro spinsero infatti il governo di Vichy ad imitarli. Sorsero durante l'occupazione gli istituti francesi di assistenza tecnica nei paesi in via di sviluppo. Queste creature di Vichy hanno resistito una prima volta alla Liberazione, grazie alla destrezza degli uomini d'affare che ne erano alla guida, essi furono riconosciuti ed adottati dalla Quarta Repubblica,forse perché ne esistevano di simili in Unione Sovietica. In seguito dovettero superare lo scoglio difficile rappresentato dalla decolonizzazione.
Avevamo incontrato Philippe Ariès nell'aprile del 1981 nel quadro di un ciclo di trasmissioni sulla vita quotidiana e lo avevamo intervistato a proposito dei suoi studi sull'infanzia e l'educazione da un lato, e sulla morte dall'altro. Presentiamo oggi larghi stralci di quel nostro incontro.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Philippe Ariès, sino a pochi anni or sono, sino alla sua nomina all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, Lei non ha fatto parte dell'establishment storiografico francese. Le sue analisi, i suoi metodi ed approcci erano infatti ai margini della storia, almeno di quella accademica Oggi invece, l'antropologia storica, i suoi lavori (come quelli in altri campi di Michel Foucault e dello stesso Claude Lévi Strauss al quale lei ama spesso richiamarsi) sono al centro della cosiddetta "Nouvelle Histoire", molto attenta ai problemi della vita quoti diana in tutte le sue sfaccettature. Per quale motivo dunque considerarsi ancora uno storico della domenica, "un historien du dimanche" come ha intitolato nel 1980 la sua autobiografie intellettuale?
Philippe Ariès Sono stato uno storico della domenica nel senso che ho sempre lavorato ad altro nel resto della settimana. D'altra parte non penso di avere avuto un metodo diverso da quello degli altri storici: la preoccupazione di partire da una fonte, da un documento, non è mai scomparsa. Laddove probabilmente mi sono distinto dagli altri é nell'esser sempre stato indipendente, alieno alle ideologie, alle cappelle e alle problematiche che hanno dominato dal dopoguerra in poi la scena intellettuale francese. Nell'immediato dopoguerra si parlava solo di storia economica e sociale da un lato, e di storia demografica dall'altro. Quest'ultima mi ha sempre estremamente interessato, mentre la storia economica e sociale l'ho sempre seguita da lontano. In ogni mia ricerca ho sempre preso spunto dalla realtà quotidiana dell'epoca; ogni mio interrogativo, ogni mio approccio, rispondeva sempre ad un quesito che mi si era posto sotto gli occhi. Le faccio un esempio: all'indomani della disfatta della Francia e dell'occupazione tedesca nel 1940, ero laureato fresco fresco alla Sorbona, dopo aver seguito un tradizionale ciclo di studi storici, e, come tutti, andavo domandandomi per quale motivo i francesi, settant’anni dopo la guerra del 1870, erano stati nuovamente sconfitti dalle truppe tedesche. Per la prima volta nella mia vita, sentivo attorno a me una spiegazione di tipo non direttamente politico o ideologico: un avvenimento politico come la guerra, la sconfitta dell'esercito francese e l'armistizio firmato dal maresciallo Pétain, veniva spiegato mediante un fattore non politico, bensì demografico. Si diceva allora, secondo la terminologia di Vichy: "Siamo stati sconfitti perché non avevamo bambini, ossia eravamo in calo demografico". Sono rimasto subito colpito da una tale spiegazione e ho voluto vederci più chiaro: sono così andato a consultare le statistiche demografiche (la cosa non era facile poiché non avevamo come oggi a disposizione un istituto di studi demografici) e ho scoperto un mondo assolutamente nuovo e appassionante. Preso alle gole da un gran numero d: statistiche difficili da interpretare, ho però subito intuito che esse mi avrebbero poi permesso di capire quel che gli uomini non avevano mai raccontato, di rilevare silenziosamente da questi dati la maniera in cui gli uomini nascevano, morivano, dormivano, facevano all'amore,si spostavano, emigravano, eccetera.
Inizia così, a cavallo degli anni quaranta e degli anni cinquanta, la ricerca e la produzione storiografica di Philippe Ariès che dopo aver scritto nel 1943 un saggio su Le tradizioni sociali delle regioni francesi, pubblica nel 1948 una Storia delle popolazioni francesi e del loro atteggiamento di fronte alla vita per poi proseguire con una lunga ricerca su Il bambino nella vita familiare dell'Ancien Régime, che uscirà nel 1960. Al di fuori di un gruppo ristretto di amici e di specialisti, Ariès rimane sino ad allora uno sconosciuto. Eppure la ricerca di Ariès si sviluppa su un terreno non molto dissimile dalle ricerche di Claude Levi Strauss sulle strutture della parentela e di quelle più recenti di Michel Foucault sulla sessualità. Ariès però é difficilmente catalogabile :non può e non vuole essere considerato come un "tanatologo", uno specialista in senso stretto della morte, o uno specialista dell'infanzia e della vita familiare, né si può definirlo come uno storico dei comportamenti affettivi e delle sociabilità familiari; la sua é una ricerca del tutto sui generis, una ricerca di quel che potremmo definire oggi come l'inconscio collettivo, ossia quanto di più intimo e di profondo possiamo rilevare in un'epoca particolare, nell'esistenza di un uomo, di quel che lo caratterizza e gli conferisce un'identità precisa molto di più di qualsiasi ideologia o riflessione volontaristica sulla vita o sulla morte dei suoi coevi: in questo la storia di Philippe Ariès assume tutto il suo interesse, riflettendo e analizzando quella zona al confine fra la natura e la cultura, per riprendere i termini di Lévi Strauss o, se preferiamo, alle frontiera fra il biologico e il mentale, fra le pratiche sessuali e i comportamenti demografici, e le mentalità e i comportamenti familiari d'ogni giorno che in un qualche modo le motivano e le sospingono. In questo lavoro di lunga durata, svolto nel corso di numerosi anni e con un'analisi sull'arco di diversi secoli, dal Medio-Evo ad oggi, Philippe Ariès approda ad una grande scoperta,che rimette totalmente in discussione quanto normalmente si pensa oggi a proposito della famiglia.
Ricorda Ariès nella sua autobiografia.
Mi interessavo ormai da lungo ai cambiamenti contemporanei dei modelli familiari. Guardandomi attorno (oltre ad esaminare tutta la documentazione (letteraria o cinematografica) a disposizione,ho potuto fare il punto degli anni cinquanta, ricollocandola nella lunga durata.Constatai che l'ideologia e la retorica degli ambienti cattolici e conservatori consideravano come una certezza il declino della famiglia a partire dalla Rivoluzione Francese: l’indebolimento dell'autorità paterna, la limitaz ione della libertà dei testatori, la frammentazione del patrimonio, il diritto dì divorziare e di risposarsi, erano diverse cause di questo declino. Eppure, nei fatti della vita quotidiana, non vedevo declino, ma forza e consolidamento di questa famiglia. Le relazioni fra gli sposi, e fra genitori e figli, nascondevano un sentimento, un tale grado di intensità e di esclusività che ci si poteva chiedere se esso non sulla situazione fosse nuovo.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Philippe Ariès potrebbe spiegarci con alcuni esempi in che senso a suo parere la famiglia è andata rafforzandosi e in che misura il singolo individuo ha assunto un ruolo sempre più importante all'interno della famiglia? Studiando l'evoluzione della struttura familiare lei ha scritto ad esempio che solo negli ultimi due o tre secoli il barbino é riuscito ad assumere un proprio statuto,una propria identità nell'ambito della famiglia. In che senso?
Philippe Ariès. Innanzitutto mi preme sbarazzarmi da un equivoco. Mi si sono attribuite alcune sciocchezze. Mi si é addirittura fatto dire che il bambino non esisteva nel Medio Evo. Se l'ho detto, si trattava di una semplice battuta. Certo che esisteva il bambino nel Medio Evo, come in ogni altra epoca d'altronde. Esso però aveva allora in quanto tale un’esistenza molto breve. Sovente moriva molto presto, e quando riusciva a sopravvivere, invecchiava molto in fretta. L'infanzia era insomma di breve durata, e ben presto il fanciullo veniva brutalmente strappato al grembo delle donne e direttamente proiettato nel mondo degli adulti, un nuovo mondo in cui doveva imparare a vivere con altre persone adulte. Era questa, mi pare, la caratteristica principale delle nostre società tradizionali. Con questo non voglio dire che la famiglia non esistesse in quanto tale. Esisteva beninteso ed aveva una precisa esistenza economica; era un'unità economica e lo strumento per la trasmissione dei beni, sia di quelli materiali che di quelli morali (penso ad esempio ad un sentimento come l'onore che aveva un peso inimmaginabile ai giorni nostri, presente in tutte le classi sociali, e persino tra i contadini). La famiglia pero' non assumeva allora quella funzione di sensibilità affettiva e sentimentale che ha poi conosciuto e tutt'oggi conosce grazie a quella che ho definito la rivoluzione dell'affettività e della sociabilità. Questa funzione assolutamente indispensabile nella crescita del fanciullo veniva allora solo parzialmente assolta dalla famiglia, e veniva per lo più presa in carico da quella che potremmo oggi definire come la comunità, ossia da un'unità sociale più larga nella quale la famiglia si trovava immersa, e che comprendeva - oltre ai veri e propri genitori - gli altri parenti, i vicini, gli amici, una "familia", insomma nel senso lato dato dai latini al termine, in cui il ruolo che oggi la psicoanalisi considera come fondamentale, quello svolto dai genitori, poteva essere a carico di altri candidati al di fuori del padre e della madre naturali.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: In queste comunità, in queste società tradizionali esisteva già una differenziazione sessuale netta fra i due sessi?
Philippe Ariès: Certo, la differenziazione sessuale fra maschietti e femminucce era un fatto considerevole nel senso che era un fenomeno che si estendeva a tutta la società. Le bambine rimanevano solitamente con le altre donne a casa più a lungo; altrimenti esse venivano esportate, cioè venivano spedite come servette da altri parenti lontani. Il fenomeno importante é però un altro, e cioè il passaggio da una società d'apprendi¬stato, ossia dà una società in cui i valori vengono trasmessi oralmente, attraverso l'apprendistato di un mestiere, ad una società in cui tale trasmissione avviene attraverso la scuola, attraverso l'insegnamento e la scrittura. La rivoluzione della scuola é fondamentale per il bambino: costui, invece di subire in maniera del tutto brusca, il passaggio dall'infanzia e dal mondo dei bambini, a quello della vita attiva degli adulti, conosce un nuovo ambiente, quello della scuola, separato dal resto della società, conosce una specie di quarantena, o se preferite, di parentesi tra la prima infanzia e la vita adulta. E' un fenomeno fondamentale: solo a partire da questo momento, solo a partire dall'istituzione della scuola, i bambini e gli adolescenti hanno cominciato ad esistere come tali, hanno cioè assunto un loro spazio, una durata che prima non avevano mai conosciuto. Possiamo quindi stabilire una stretta correlazione fra l'atteggiamento assunto da una comunità nei confronti dei propri figli e il carattere culturale predominante in tale società: quando abbiamo a che fare con una cultura orale, in cui la trasmissione dei valori avviene attraverso la parola, siamo in una società d'apprendistato; quando invece siamo di fronte ad una cultura scritta siamo di fronte ad una società più evoluta, basata sulla scuola e sull'insegnamento, il che implica una parentesi, sia pur minima ma estremamente importante, nella vita di un bambino, un'infanzia dunque meno breve . Questo fenomeno d'altra parte non vale solo per le nostre società moderne a partire dal Cinque o dal Seicento, ma esisteva già, almeno per gli uomini liberi, nella società greco romana, fondata anch'essa sulla scuola e sulla scrittura. Per tornare alla sua domanda: prima della rivoluzione della scuola la differenziazione dei due sessi avveniva nella società intera. Vi erano ruoli ben distinti per gli uomini e per le donne, e sin dalla primissima infanzia, bambine e bambini dovevano adattarsi. A partire dalla nascita della scuola questa differenziazione non cessa certo, ma perlomeno si attenua: talvolta le scuole sono miste. Troviamo spesso nella pittura fiamminga raffigurati bambine e bambini nella stessa aula e la Chiesa, sin dal Cinquecento e dal Seicento, protesterà contro questa situazione, esercitando una grande pressione per separare i maschietti dalle femminucce, nelle piccole scuole di campagna come nelle scuole di città. Per questo motivo le bambine hanno conservato a lungo una condizione simile a quella anteriore alla rivoluzione della scuola. Mentre i loro fratellini beneficiavano oramai di una nuova civiltà e di una nuova cultura, le bambine rimanevano spesso a casa dai genitori seguendo i tradizionali riti dell'apprendistato; e quando avevano la fortuna di andare a scuola, conoscevano dei metodi di apprendimento, come hanno ben mostrato le ricerche di Mona Ozouf e di Francois Furet, che erano intermedi fra l'apprendistato orale tradizionale e la scolarizzazione e l'alfabetizzazione più recente. Le bambine frequentavano allora delle "scuolette" se così posso esprimermi. Una donna insegnava a leggere a due o tre bambine, come Sant'Anna era raffigurata in numerosi quadri nelle chiese mentre insegnava a leggere alla Vergine. E' questo il sistema educativo probabilmente più diffuso per le bambine.
Ultimato nel 1960 il suo lavoro sulla famiglia e sul bambino, Ariès comincia allora ad esaminare un tema rimasto particolarmente tabù per gli storici: la morte, e, come studioso di tale fenomeno, sarà in un certo qual modo "scoperto" dalle Annales e dalla Nouvelle Histoire, che lo inviterà nel 1978 a far parte del establishment storiografico, con la sua nomina all'Ecole Pratique des Hautes Etudes en Sciences Sociales. Da due nuovi e lunghi decenni di ricerche, usciranno tre libri fondamentali in questa materia: nel 1975 i Saggi sulla Storia della morte in occidente dal Medio Evo ai nostri giorni; nel 1978 l'Uomo davanti alla morte, e , poco prima della sua scomparsa, alla fine del 1984, un libro di Immagini davanti alla morte .
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Philippe Ariès, oltre alle classiche statistiche e alle fonti usate dai demografi, dagli atti di decesso, ai trattati di tanatologia, quali sono state per lei le fonti indispensabili per analizzare il fenomeno della morte? Su quali documenti ci si può basare, dal momento che i morti non hanno mai potuto parlarci della loro morte?
Philippe Ariès: In realtà non manchiamo affatto di documenti. La morte, la cosa può apparire strana, è in realtà molto più ciarliera, molto meno silenziosa di quanto ci si possa immaginare. Prima di tutto abbiamo a disposizione molti reperti archeologici: le tombe ma soprattutto le sepolture (che non sono sempre accompagnate dalle tombe).Una cosa salta subito all'occhio: troviamo delle sepolture sin dall'apparizione dell'uomo nel tardo paleolitico. Possediamo d'altra parte altre tracce, altri indizi, sui riti di sepoltura. Abbiamo potuto scoprire infatti che il corpo veniva disposto in un certo modo nella tomba e che, accanto ad esso, venivano messi alcuni oggetti, oblazioni soprattutto, ma anche, la cosa é assai terrificante, i resti di alcuni bambini. Tombe e cimiteri sono praticamente le due prime fonti documentarie per lo storico della morte. Vi sono poi le liturgie. La Chiesa fungeva allora un po' come i mass media oggi, nel senso che interpretava il sentimento della comunità: la liturgia era allora una delle forme più importanti di quest'interpretazione del senso comune. Vi sono poi le tradizionali fonti scritte: la letteratura con le Chansons de geste i romanzi dei Cavalieri della Tavola Rotonda molto ricchi di narrazioni funerarie. Particolarmente interessante é anche la scultura funeraria: essa ci offre infatti un'immagine o un'idea di quel che i contemporanei al defunto volessero rappresentare sulla sua sepoltura, ma anche in un certo senso un'idea di quanto loro stessi volessero lasciare ai posteri. In secondo luogo tali sculture ci permettono di misurare l'intensità con la quale essi volevano impressionare le divinità. Infine abbiamo i testamenti, documenti estremamente utili, ma che oggi vengono forse fin quasi troppo utilizzati dagli storici.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Non ci ha parlato delle danze macabre, presenti almeno nell'iconografia del Duecento e del Trecento, che, sia pur scomparendo, riaffioreranno più tardi nelle opere di Bosch, così piene di angoscia...
Philippe Ariès. E' una questione molto controversa tra gli storici. Non esistevano intanto solamente le danze macabre, ma tutta una serie di altre rappresentazioni, non solo dello scheletro, ma persino del cadavere in decomposizione, almeno alla fine del Duecento, nel Trecento e nel Quattrocento. La maggior parte degli storici vede in queste rappresentazioni macabre una paura della morte, una specie di angoscia e di crescendo nell'esaltazione della morte. Penso soprattutto ai lavori di Jean Delumeau. Questo gusto per il macabro viene messo in relazione con i grandi fenomeni che hanno scosso l'Europa di quell'epoca, le grandi crisi dovute alla peste e alle malattie, ma anche le grande crisi morali come il Grande Scisma luterano. Il gusto per il macabro viene dunque messo in relazione con fenomeni di una portata equivalente alla bomba atomica di oggi. Altri storici come Michel Vovelle hanno voluto invece voluto mettere questo fenomeno delle danze macabre in relazione con la prima decristianizzazione della società occidentale nel corso del Rinascimento. Secondo tale ipotesi si é assistito allora ad un fenomeno, la scoperta del senso di fragilità della vita terrena, che non sarebbe stato più controbilanciato e riequilibrato dalla speranza di un'altra vita, dopo la morte. Per parte mia, non credo né all'una né all'altra ipotesi. Certo, le pesti influiscono sicuramente sull'iconografia, le forniscono se non altro nuovi elementi. Ma mi pare più esatto situare questa iconografia macabra e il sentimento di amarezza di fronte alla morte, o perlomeno di fronte alla fine della vita, nel quadro di un'evoluzione molto più ampia, che comincia già nel Duecento con i Giudizi Ultimi sui timpani delle cattedrali, e che prosegue poi colle incisioni raffiguranti il Giudizio Particolare di ogni santo al momento in cui egli va incontro alla morte: in questo caso però non ci troviamo più alla fine dei tempi, come sui timpani delle cattedrali per i Giudizi Ultimi, ma nella sua stanza da letto del moribondo, in cui sono riuniti la Corte Celeste e gli Inferi. Questo processo lungo l'arco di diversi secoli mi pare illustrare bene l'ascesa quasi trionfale di quel che chiamo l'individualismo, o, per dirla in maniera più concreta, dell'amore per se stessi. Un amore dell'essere, un amore della possessione delle cose, oggi del tutto scomparso. Vi è un famoso verso di Ronsart che dice: “Dobbiamo lasciare e casa e frutteti e giardino". Ebbene chi mai direbbe oggi "Sono ben triste perché lascio la mia Mercedes e la mia villa sulla Costa Azzurra"? Ciò é ïmpensabile: Mercedes e villa sulla Costa Azzurra hanno certamente mer spazio nel cuore degli uomini rispetto alla casa, ai frutteti e al giardino di Ronsart. Allora si amavano molto le cose materiali, alieno tanto quanto le cose spirituali, e questa passi ne andava sempre più accrescendosi.E' un fenomeno fondamentale:assistiamo infatti alla scoperta da parte degli uomini di avere una propria esistenza individuale,una propria biografia personale. Ciò si traduce in un bilancio :alla fine della propria vita si cominciano a tir le somme.Una tale scoperta si tradurrà quindi in una nuova scoperta, in quel sentimento d'onore e di passione nei riguardi di quel che si é e di quel che si possiede e che la morte cosa del tutto straziante, ci strapperà, di cui prima le accennavo. Vi é poi un secondo fenomeno estremamente curioso. L'arte macabra mostrava già la corruzione dell'uomo e dèl corpo:essa pero' no4 veniva mai raffigurata nella realtà concreta, non la si poteva mai vedere direttamente. Proprio allora infatti cessa una pratica rimasta oggi in vigc nelle società russe e bizantine, e persino in alcune zone dell'Europa Meridionale, la prati della sepoltura di uomini e donne a viso scoperto. Sino ad allora il corpo veniva portato in chiesa con la bara a il viso scoperti. Sin dal Duecento la salma verrà invece attentamente ricucita in un lenzuolo, in un sudario. che non lascerà nulla intravedere Mon solo il morto viene rinchiuso nella bara, e la bara, non solo viene ben chiusa, ma essa viene anche messo sotto quel che allora si chiamava il catafalco.A quell'epoca la morte veniva rappresentata con tratti talmente terrificanti che si decise di nasconderla agli occhi delle persone realmente esistenti,di occultarla completamente. Questo mi pari il primo fenomeno di un processo di privatizzazione della morte,un sentilmento non tanto di rifiuto o di "rimozione" ma di angoscia, di paura della morte, o perlomeno di paura e di angoscia di fronte alla fine della propria esistenza individuale.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Abbiamo dunque a che fare, con la morte, se ho ben capito, ad un processo in un certo senso inverso a quello che ci ha descritto prima a proposito deil'infanzia:se la scuo ha significato ibn un qualche modo una disciplinarizzazione del bambino, in questo caso abbiamo a che fare con un processo di imbarbarimento della t'uorte e della pratica della sepolti Se la morte era prima relativamente bene tenuta sotto controllo, governata dalla comunitessa subisce dunque un processo si privatizzazione,viene in un qualche modo evacuata dalla comunità. E' così Philippe Ariès?
Philippe Ariès: Avete ragione: penso che all'incirca sino al Cinquecento le società antichi godessero di una specie di equilibrio nelle loro difese contro la morte. Ciò non significa che non avessero paura della morte ,ma che questa paura come lei giustamente dice venne tenuta sotto controllo, era dominata da tutto un insieme di riti che avevano come scopo di impedire alla morte di uscire dai propri confini, di fare troppo paura, allo stesso modo della sessualità. Ciò' implicava che la morte fosse principalmente un fenomeni pubblico. Non solo il funerale, ma lo stesso atto del morire. Un piccolo episodio mi ha molto colpito; nel più antico testo da noi conosciuto della liturgia romana e latina della morte osserviamo come la liturgia cominci prima della morte del morituro La prima cerimonia, che è una cerimonia religiosa, Ma l'ultima comunione fa già parte dei riti funebri. Prima del Cinque Seicento, la vera e propria cerimonia religiosa del morituro , che era costituita da una parte dalla comunione prima di morire il più vicino al momento del trapasso per essere sicuri che non succeda nulla di malvagio durante questo possibile intervallo; d' altra parte vi era l'assoluzione. La più antica liturgia si situa dunque prima dei trapasso, in una camera stracolma di persone. E' veramente la comunità tutta intera intorno al moribondo che in un certo senso presiede alla cerimonia. Ciò non significa che egli non soffra, certo che soffre, ma deve assumere un certo ruolo, una certa parte. Questo ruolo costituiva probabilmente una funzione terapeutica, in particolare analgesica, alleviava forse il dolore.
La morte era dunque un fenomeno pubblico:potremmo in fondo caratterizzare la storia della morte a grandi linee come una serie di privatizzazioni, come una storia della sua privatizzazione. La morte è in un certo senso denazionalizzata, ossia passa dal settore pubblico a quello privato. Vi è altresì un fenomeno molto curioso: la società andrà rifiutando la morte (lo vediamo bene ai nostri giorni). Questo non significa affatto che il morituro e coloro che lo circondavano si fossero sbarazzati di questo sentimento. Non hanno però più il diritto di esprimerlo, poiché la società glielo rifiuta. Esso é diventato qualche cosa di assolutamente privato, al limite direi di quasi clandestino.

Serge Cosseron e Bruno Somalvico: All'inizio abbiamo parlato dell'infanzia e dell'allungamento della sua durata Oggigiorno tuttavia assistiamo, almeno a partire dall'Ottocento, ad un altro allungamento, quello della durata media della vita , e assistiamo nello stesso tempo all'apparizione un altro statuto, quello del vecchio, che ottiene se non un vero e proprio diritto di cittz dinanza nella società, almeno una certa qual riconoscenza, accompagnata spesso parall lamente da un processo di esclusione e di ghettizzazione.
Philippe Ariès. Ha fatto bene a sottolineare questo sincronismo fra la storia del bambino e quella del vecchio. Oggi conosciamo purtroppo meglio la storia del bambino e conosciamo bene il peso assunto dalla scuola e dal sistema educativo nella nostra civiltà. Il Vecchio comunque stato l'uomo saggio, colui che si convoca quando si ha bisogno di un consiglio, soprattutto nei casi di litigio. A partire dal Medioevo questa concezione molto positiva della vecchiaia degradandosi. Certo, rimane l' immagine dell'"imperatore dalla barba folta", ma nella realtà quotidiana il vecchio viene considerato come un rimbambito che perde i denti, che puzza, che perde la testa e rimane potente solamente nella misura in cui è titolare, ovvero in possesso delle proprie cose. Puo' dunque scocciare la gente: è veramente una persona con una sola risorsa: deve andare a riposo e cioè dedicarsi unicamente allo studio e alla preghiera. Ciò avveniva a partire dai quarant'anni. Sino all'inizio dell'età moderna, le nostre società non sono state né società di bambini e di adolescenti, né società di vecchi, ma società di giovani adulti A partire dal momento in cui l'attività dell'adulto viene impedità dall'infermità, si ha bisogno di una chiave . Questo modello cambierà nel Settecento quando riapparirà, rinascerà, ispirata dall'antichità classica, l'immagine del vecchio saggio, fernomeno peraltro cui può tuttavia ssere associata tuttavia da una grande aggressività nei suoi confronti. Nel corso dell'Ottocento cresce l'operato a favore del vecchio: sorgeranno allora curiosamente nuovi riti di passaggio che prima non avevano mai esistito; per i bambini la prima comunione, per i vecchi le nozze d'oro e le nozze d'argento. Queste cose non erano mai esistite e vi era un motivo valido: si moriva molto prima di poterle raggiungere.
Ciò non spiega tutto: non dobbiamo infatti credere che - poiché si moriva molto più frequentemente di oggi - non esistessero delle persone vecchie. Vi erano sempre persone che avevano superato i pericoli dell'età, e pur avendole percosse a calce e sabbia o a colpi di bastone - non morivano. L'Ottocento è stato certamente il secolo del vecchio, come del resto anche il secolo del bambino. Curiosamente dagli anni Sessanta all'incirca assistiamo ad un degrado parallelamente dell'immagine del vecchio e di quella del bambino ma il degrado del primo è molto meglio accettato da una società che ne parla freddamente cercando beninteso un certo numero di rimedi (perché siamo persone civili e non selvagge) mentre il degrado del bambino non viene assolutamente ammissibile, non è accettabile. Solo pochissime persone riconoscono questa degrado dell'immagine del bambino e quando non ne parlo con uno specialista, rischio spesso di farmi insultare e considerare come un uccello del malaugurio. Evidentemente è una cosa che non piace e nella misura in cui la si pratica, si preferisce proiettarla sugli altri.

Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Storico dei sentimenti, storico delle mentalità di ieri e di oggi, che senso dà Philippe Ariès al campo del cosiddetto "vissuto" nell'evoluzione della società umana? Che senso attribuisce a queste trasformazioni nelle relazioni affettive e umane, di fronte alla vita e all'infanzia come alla vecchiaia e alla morte?

Philippe Ariès: Vi è stato a mio giudizio un fenomeno di importanza pari a quello del progresso della medicina, e che in un certo senso ne è all'origine e più in generale alla base dello sviluppo dello spirito scientifico. Voglio parlare di una grande rivoluzione dell'epoca moderna, molto più importante della rivoluzione politica liberale o della rivoluzione industriale ed economica. Si tratta di quella che io chiamo la "rivoluzione degli affetti". Ad un certo momento abbiamo assistito ad una sorta di concentramento di tutte le energie affettive pre esistenti che si trovavano molto più diffuse su un maggior numero di teste o su persone scelte in maniera un po' aleatoria; era l'epoca dell'amicizia. Ebbene, queste energie diffuse si sono concentrate sulla famiglia e si sono rafforzati dei legami già pre-esistenti ma che hanno assunto un intensità e un carattere drammatico e patetico che non era mai esistito prima.
Non possiamo pertanto immaginarci di poter vivere come prima di questa rivoluzione. Certo, possiamo benissimo immaginarci come si viveva allora senza il frigorifero, la macchina da lavare è il motore a scoppio; ma é ben difficile immaginarsi i legami che univano l'uomo alla donna ed i genitori ai propri figli. Proprio questo mi pare sia all'origine del cambiamento di atteggiamento nei confronti del bambino o della famiglia, o di fronte alla morte, poiché, lo ripeto, il grande cambiamento intervenuto di fronte alla morte si manifesta quando la morte ha cessato di essere la mia morte, la morte di me. A mio parere non influiva tanto il dover abbandonare la casa i frutteti e il giardino, quanto piuttosto il dover sopportare la partenza, la dipartita di qualcuno che si amava. Ciò mi pare qualcosa di estremamente forte e mi domando se non sia stato non dico all'origine, ma coomunque uno dei tanti elementi che hanno favorito il progresso scientifico e lo sviluippo della medicina.
Conclusione
Philippe Ariès è scomparso nell’inverno 1983-84 a qualche mese dalla morte di chi l'aveva assistito nel corso di tutti i suoi lavori, la moglie cara, che non aveva potuto assistere, all'ultima apparizione televisiva di Ariès ad Apostrophes in uno speciale dedicato proprio al tema della morte in cui si trovava in compagnia di altri due grandi storici di questo argomento, Jean Delumeau e Michel Vovelle. Ariès ha così sofferto la perdita dell'altro dopo averla studiata per più di vent'anni..
Per un' ironia che solo il gioco delle coincidenze ha potuto produrre, Philippe Ariès sarà perseguitato sino alla fine dall'idea che gli altri si sono fatti della morte. Così il quotidiano Le Monde annunciando la scomparsa dello storico francese, recensiva accanto, nell'ultima pagina della sua edizione del 10 febbraio 1984, un'inchiesta recente condotta dall'Istituto Nazionale di Statistica che deve molto a quest'uomo così ingegnoso e minuzioso. Se un domani gli storici fossero in grado di disporre di documenti cifrati capaci di inserire gli stati d'animo dei francesi di fronte alla morte Philippe Ariès li inviterebbe a guardarsi bene dalle cifre,e al di là dei risultati Attenuti si interesserebbe senza dubbio anche alle ragioni delle diverse domande. Philippe Ariès infatti, come storico della società, almeno della rappresentazione dei fatti, si é sempre interessato al singolo, all'individuo, mostrando in un certo senso come la "Nouvelle histoire" di cui é stato, per il grande pubblico una delle figure più brillanti, non si ferma all'utilizzazione del computer e alla contabilizzazione delle sorti individuali ai fenomeni imponenti Ariès ha preferito l'analisi delle trasformazioni dello sguardo umano nel corso delle diverse tappe della nostra esistenza biologica. Un percorso il suo sul quale oggi numerosi giovani ricercatori si avventurano. Un'anticipazione in linea con la personalità di uno storico certamente irregolare, ma assolutamente eccezionale e singolare.